Chiudi

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella Privacy Policy
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie.

Pensiero Unico

Benefits aziendali

Se sei un ferroviere il reato di sequestro di persona è derubricato a "disagio".
E non hai neanche bisogno di appellarti all'incapacità di intendere e di volere, quello è un pre-requisito. 

Peggio di Trenitalia

Sapete? Mi sono sbagliato su una cosa, per giunta importante.
Fino a stamattina credevo che un viaggio con Trenitalia fosse l'esperienza infima del pendolare.
Non è così.

Un viaggio con Trenitalia, leggendo un libro di merda, consigliato dal tuo compagno di viaggio, è decisamente peggio. Credetemi.

Partiamo dalle note positive, visto che sono poche, una sola in sostanza: il libro era corto.
L'ho finito prima di arrivare a Campoleone, circa 45 minuti, per i non avvezzi a questa tratta schifosa.
Insomma, se non altro la sofferenza è durata poco, visto che ho la pessima abitudine di finire ogni cosa che inizio a leggere, anche quando mi accorgo dalla pagina IV della prefazione che trattasi di roba organica senza filtro. Vince in me sempre quella speranza di trovare almeno una frase che giustifichi un tale spreco di alberi, un concetto solo, un barlume di intelligenza. Niente, stavolta niente.
A parte la brevità, per l'appunto. Chissà, forse potrei classificare anche questa come una qualità: se scrivi una cagata, ma almeno la fai breve, un punto per te.
Anche se, comunque, dovresti evitare di chiamarlo "romanzo", è un cazzo di racconto, oltretutto breve.
Che poi non ci sta niente di male a scrivere racconti, eh! La maggior parte dei miei autori preferiti hanno scritto racconti, a decine, tutti di altissimo livello. Ma capisci che non regge il confronto se con la stessa spesa leggo una trentina di racconti di Carver e quella sublime cazzata che chiami "romanzo"?
A meno che tu non sia davvero convinto che basti scrivere una ottantina di pagine, font 72, interlinea 15 e mezzo, per chiamarlo "romanzo".

Vabeh, esaurite le note positive, passiamo alle negative, se no finisce che lo scrivo io un romanzo. E senza neanche avere i vostri 10 euro in cambio.

La trama è inesistente, o meglio, ci sarebbe una specie di situazione centrale a tutta la storia, una roba tra l'altro trita e ritrita, ma che nella testa dell'autore credo dovesse essere l'idea del millennio, dato che poi non la sviluppa, la lascia lì, tutto il tempo in primo piano, limitandosi a costruirci intorno un'enorme masturbazione cerebrale lunga 80 pagine.
Non c'è nemmeno una certa capacità descrittiva, quella sapienza nel cesellare i dettagli con le parole che a volte rende vivo anche un racconto mediocre.
È come se tutto il racconto fosse solo una scusa, neanche ben scelta tra l'altro, per piazzare ogni 4 pagine una frase ad effetto, un aforisma esistenziale senza del quale l'autore suppone non potremmo vivere.
Sembra che ai giorni nostri l'unica preoccupazione di questo esercito di scribacchini sia di trovare la frase della vita, quella capace di far ricordare il loro nome per almeno un'estate al branco di mocciose che li legge.
Intendiamoci, io comprendo benissimo che nell'epoca dei 140 caratteri e dei like a minchia tutti si sentano dei piccoli Oscar Wilde, ma non mi spacciate questo per letteratura, questa è merda, senza se e senza ma.

Questo non è semplicemente un racconto, pardon... un "romanzo" inutile, è decisamente fastidioso, e non nel senso di disturbante, magari lo fosse.
È fastidioso perché insopportabile nella sua banale stupidaggine, mascherata da profonda introspezione psicologica. Ti fa venir voglia di comprare l'edizione rilegata (tremo al pensiero che esista davvero) solo per andare all'incontro con l'autore e dargliela sulle gengive.

E non me lo chiedete, non ve lo dico il titolo del romanzo, non ve lo faccio questo favore, né a voi né a lui.
Vi conosco bene, sareste capaci di andarvelo a comprare solo per verificare quello che vi sto dicendo.
Senza contare che poi magari vi piace pure, il che, lo sapete bene, non sarebbe altro che una conferma per me.
Volete farmi questo piacere?

The day before

Un viaggio di quasi sei ore in intercity, il giorno prima delle elezioni, è il modo migliore per capire definitivamente, ammesso ce ne sia ancora bisogno, che questo paese è inesorabilmente fottuto.

Quattro compagni di viaggio nel tuo scompartimento da sei. Tu, moglie e bambino schiacciati nei posti finestrino, senza cuffie. Ci sono poche situazioni che simulino così bene un girone infernale, credetemi.

Un'impresa già sedersi. I tuoi posti occupati da altri, incapaci anche di leggere la propria prenotazione. Gli fai presente che i posti sono riservati e loro ti guardano con lo sguardo perso, manco gli avessi parlato in ungherese stretto. Quando dopo cinque minuti il sangue gli fluisce nuovamente a quel che resta del cervello e finalmente si alzano, ti accorgi che gli altri quattro hanno bagagli manco si stessero trasferendo in Siberia per sei mesi. Riesci ad infilare almeno il trolley, piccolo, il resto lo lasci fuori, non c'è alternativa.

Finalmente seduti, tuo figlio fa il bravo, gioca con un libro di puzzle, ti aspetta un viaggio di sei ore, per un istante fai un pensiero positivo: andrà tutto bene.
Errore. Neanche il tempo di darti del coglione per aver ignorato una delle regole fondamentali del pendolare ("Mai e poi mai pensare, neanche per un attimo, che il viaggio andrà liscio, senza intoppi" art. 1, comma 1 del manuale del viaggiatore) e parte il dibattito.
Lo spunto è lanciato dalla signora al tuo fianco, a saperlo prima le davi una gomitata anestetica sulle gengive mentre sistemavi il trolley: "domani si vota".
Fai subito ricorso alla tecnica suprema di autodifesa del pendolare senza cuffie, nel tentativo di arginare preventivamente l'imminente catastrofe: smadonnare mentalmente in aramaico antico, una tecnica mostruosamente complicata, raggiungibile esclusivamente con la completa dissociazione mente-corpo, tipica del pendolare al ventesimo anno di tortura giornaliera
Ma non fai in tempo, lo tsunami di stronzate ti travolge senza lasciarti speranze, chiarendo in appena tre minuti le posizioni.

Abbiamo a che fare con quattro meravigliosi stereotipi viventi dell'italiano medio, fantastica occasione di studio antropologico ravvicinato, se solo non ti si fosse esaurita da anni la scorta di sopportazione verso l'idiozia manifesta.
Abbiamo la cinquantenne berlusconiana che utilizza il termine "zecca" per indicare qualunque cosa vada oltre la sua comprensione, in sostanza l'intero scibile umano.
La sessantenne razzista che odia i cinesi "mangia-cani" perché le hanno rubato il lavoro (a lei, casalinga dalla nascita, che campa con la pensione di invalidità del marito), e che pure i "negri" non li può vedere da quella volta che si è spaventata a morte perché uno di "loro" ha viaggiato nel suo stesso scompartimento.
Il bagnino stagionale in viaggio verso Cecina, a soli trent'anni cintura nera di luogocomunismo e laurea honoris causa in dabbenaggine applicata.
Ed infine la boccalona da Forum, capace quasi di commuoverti nella sua ingenuità, se non avessi la percezione esatta che quelli come lei ti stanno fottendo la vita.

Un cocktail micidiale, che in soli trenta minuti riesce a farti rivivere quattro mesi di lurida campagna elettorale, dandoti l'ennesima conferma che ciò che abbiamo sia esattamente ciò che meritiamo.

È passata appena un'ora e mezza.
Ringrazi con uno sguardo tua moglie per aver riempito il trolley con phon e piastra per i capelli, impedendoti quindi di portare la mazza da baseball.
Appunti mentalmente di non guardarla come un'esaurita della chioma perfetta la prossima volta che succede.
Un ultimo appunto per tua nipote: dirle che le vuoi bene per averti sottratto al supplizio autolesionista del voto, piazzando quella pratica strana tipica dei cattolici, chiamata Comunione, proprio domani.

Meno quattro ore all'arrivo.
Ce la puoi fare. Ce la puoi fare. Ce la puoi fare.

Un'alba di ordinaria follia

Svegliarsi alle sei del mattino ogni giorno e farsi due ore di viaggio con i mezzi pubblici per andare al lavoro, ti permette di entrare in contatto con una specie di mondo parallelo, sconosciuto ai più e per certi versi, dotandosi della giusta pazienza e di un notevole spirito di osservazione, estremamente interessante.
A patto che non ti uccida prima, ovvio.

Uscendo di casa è difficile incontrare qualcuno, a quell'ora stanno ancora tutti in piena fase REM. A meno che non ci sia un altro sfigato nel tuo stesso condominio con la sveglia puntata alle 5:50, cosa abbastanza improbabile: normalmente la distribuzione dei pendolari è piuttosto omogenea, tale comunque da permettere agli altri di individuarti non con nome e cognome, ma come "ah si, dai! Quello che esce sempre presto e torna tardi". Nei rari casi di ambiguità è sufficiente aggiungere "quello alto".
Finisce poi che per anni neanche li incontri mai (cosa spesso positiva, intendiamoci), e d'un tratto compaiono tutti al tg delle 20 a ricordare quanto tu sia una brava persona, lavoratore instancabile e buon padre di famiglia, e come sia mai potuto accadere che tu abbia sterminato un intero vagone di teste di cazzo, solo perché l'imbecille davanti a te continua a pestarti i piedi sbracandosi sul suo fottuto sedile.
Ma questa è un'altra storia, ogni cosa a tempo debito.

Sali in auto, metti in moto e parte la prima imprecazione. Perché se non sei tu il primo ad uscire dal parcheggio condominiale la mattina, non potrai mai sapere quanto possa essere seccante uscire dalla gabbia che ti hanno creato intorno i tuoi vicini strafottenti. Che poi è la stessa che troverai la sera rientrando, dato che oltre ad essere il primo ad uscire la mattina sei anche l'ultimo a rientrare la sera.
Last In First Out, è uno stack, lo dico per gli informatici tra voi che si stanno fottendo quel poco di neuroni rimasti cercando di ricordare quelle quattro stronzate imparate ad Informatica I.

Fuori dal cancello trovi sempre lo stesso tizio, sulla cinquantina, pelato, faccia da galera, seduto al posto di guida della sua utilitaria scassata. Aspetta ogni giorno che passi oltre, a quel punto accende il motore e si immette in strada in direzione opposta alla tua, lentamente, con sussulti rantolanti. Ogni santa mattina, sempre uguale, inquietante al punto giusto per scendere dall'auto col crick in mano ed urlargli un "cazzo vuoi?!" in faccia. Se non fosse che non vivi a San Francisco in un cazzo di slam, e quello probabilmente è solo un altro sfigato come te che ti usa come timer. Anzi, ti scappa anche un sorriso pensando a quanto ci metterà domani a comprendere che non sei ancora uscito perché sei in ferie ed a muovere il culo prima di prendere un cazziatone al lavoro.

La strada verso la stazione è libera, se sei nella stagione giusta riesci anche a goderti l'alba sul mare, splendida, meravigliosa ed impagabile, tua e solo tua. Nel resto dell'anno ovviamente è ancora buio a quell'ora e l'alba te la perdi sistematicamente passando in un fottuto tunnel ferroviario, con un passaggio da notte a giorno tra ingresso e uscita che ti provoca la sensazione di essere sbarcato in un universo parallelo, invece che nella landa desolata del sudpontino. Fanno cagare entrambi ovviamente, ma la realtà della zona interna del sudpontino non ti lascia neanche la speranza dell'ignoto dell'universo parallelo. 

Parcheggi, accendi lo smartphone mentre scendi a piedi verso la stazione, controlli su internet la situazione dei treni, non perché te ne fotta niente dopo 20 anni di pendolarismo, figuriamoci, ma solo per decidere se allungare il passo per prendere il treno prima in sostituzione del solito intercity in ritardo, oppure se rallentarlo ancora di più, perché quel ritardo tutto sommato non ti preoccupa troppo, e ti piace invece osservare dall'alto il formicolio dei pendolari, stressati e ansiosi al punto giusto già alle 6:30 del mattino.

Un attimo prima di entrare in stazione è il momento giusto di inserire gli auricolari in-ear, per evitare di essere travolto dalle stronzate del mattino, particolarmente abbondanti e prive di senso, come se tutti si affrettassero appena svegli a riversarti addosso tutte le loro teorie del cazzo. Almeno l'isolamento dall'inquinamento acustico tocca garantirselo, visto che già ti devi sorbire il misto di puzza di fumo e scadente acqua di colonia che aleggia lungo il binario.

Arriva il treno, sali, ti siedi e lo stronzo davanti comincia a sbracarsi pestandoti i piedi, come se non esistessi.
Ti passano davanti agli occhi le immagini del tg delle 20.
Meglio accendere il tablet e cominciare a scrivere. Quella è, appunto, un'altra storia.